Stecco: “Summit medico sull’idrossiclorochina. Adesso l’Aifa ci deve rispondere”

In questi giorni si sta purtroppo assistendo ad un incredibile e preoccupante corsa al ricovero per i casi di Covid, anche nella nostra città, al punto che si piò prevedere che, tra non molto, purtroppo anche la situazione al “Sant’Andrea” diventerà ingestibile. E dire che il nostro ospedale è tra i pochi ad aver avuto la “fortuna” indiretta, ma efficace, di poter contare su un’area dell’Infettivologia totalmente riservata ai casi Covid: era quella che, per anni, è stato definito “il reparto Carcò”. Quando sembrava che l’Aids dovesse avere un’apposita struttura, per trattare specificatamente questo tipo di ammalati, l’allora primario degli Infettivi, il professor Franco Carcò, si batté per ottenere i finanziamenti  statali necessari per realizzare questo reparto nel reparto. Oggi quella struttura, con ingresso autonomo rispetto al resto della Divisione, si è dimostrata, specie nella prima ondata pandemica, preziosa, al punto che il successore di Carcò, il dottor Silvio Borrè (cui Vercelli ha giustamente concesso la cittadinanza onoraria), con preveggenza, quando gran parte del mondo della sanità (e qui le responsabilità del governo centrale sono evidenti) ha incominciato a mollare la presa sul Covid, ha deciso di mantenere intatta quella parte della sua Struttura, destinandola al Coronavirus.

Ora nemmeno quella scelta lungimirante sta pagando perché il Virus sta ricircolando con una contagiosità inaudita, e se è vero che, finora, la percentuale dei morti non sta seguendo per fortuna la curva dei ricoveri, è altrettanto vero che, tra molto molto, neppure il nostro ospedale – a causa anche della carenza di medici (ce ne sono pochi e si stanno ammalando) – potrebbe essere in gradi fronteggiare la situazione.

A questo punto c’è da porsi la domanda perché, durante i mesi esistivi dell’apparente tregua, nessuno a livello sanitario nazionale si sia occupato di studiare misure efficaci e protocollate per consentire ai medici di famiglia di aver una sorta di linee guida, uniche e ufficiali, sul trattamento iniziale. E qui entra in ballo il tema idrossiclorochina.

E’ un fatto certo che, nella pandemia della scorsa primavera, questo farmaco (derivante dal vecchio chinino, che allora curava la malaria: i nostri vecchi ricordano che addirittura veniva distribuito in tabaccheria), nella sua versione attuale fu somministrato a migliaia di malati, con sintomi leggeri, ma anche gravi, ottenendo risultati strabilianti. Tutto era incominciato perché i medici più attenti – e tra loro per nostra fortuna anche il dottor Borrè – si erano ricordati che, ai tempi della Sars, la clorochina era stata sperimentata con successo su quei malati. Solo che, quando si trattò di metterla in campo a livello globale, la Sars sparì per conto suo. Ma quel gruppo di ricercatori statunitensi che applicarono il farmaco in funzione anti-Sars,  all’apparire del Covid, si domandç: “Visto che stava funzionando per la Sars, chissà se potrebbe agire agire anche sul  Covid”. E incominciò ad usarlo, seguito da tanti medici ospedalieri. Visti i risultati, medici di famiglia, in tutt’Italia, nel periodo tra aprile e maggio, avevano incominciato a prescrivere questo farmaco (in farmacia è il Plaquenil), con cui in teoria si dovrebbe curare solo l’artrite reumatoide e il lupus eritematoso, fin dai primi sintomi di Covid, ed il risultato era stato efficace nel rallentare l’afflusso ai Dea. 

Ma ecco che a maggio la prestigiosissima rivista “Lancet” (prestigiosa tranne che per un clamoroso incidente di percorso sui vaccini, che stiamo pagando tutt’ora) pubblica uno studio secondo cui il “Plaquenil” dovrebbe essere usato solo per lo scopo indicato nei bugiardini, perché, utilizzato per altri scopi, poteva avere effetti collaterali pericolosi. Lo studio pubblicato su “Lancet” piomba come un’atomica su tutti gli ospedali e gli ambulatori medici del mondo. E l’Aifa, l’Associazione italiana del farmaco sospende l’utilizzo del Plaquenil come farmaco anti-Covid “al di fuori degli studi clinici”, lasciando in braghe di tela migliaia di medici di famiglia che, anche a Vercelli, avevano il Plaquenil all’interno dei loro protocolli essenziali per combattere il Covid sul nascere, senza intasare gli ospedali.

Il Fatto sorprendente è che l’Aifa abbia mantenuto la sua posizione, nonostante tre autori dello studio di Lancet (compreso il primo firmatario) lo avessero pubblicamente abiurato, dopo una contro-inchiesta svolta dal Guardian.

Nei mesi di tregua (purtroppo apparente: ma chi lo sosteneva veniva considerato un catastrofista), un ministero della Salute più accorto avrebbe probabilmente dovuto riunire attorno ad un tavolo medici di famiglia, infettivologi, rianimatori, pneumologi di grande livello con Aifa e riaprire il discorso Plaquenil o, in ogni caso, arrivare a nuovi protocolli suggeriti a livello nazionale, in attesa del sospirato arrivo di un farmaco specifico. Invece nulla. Ora i medici stanno facendo il possibile per intervenire (e per fortuna in tanti casi ci stanno riuscendo) empiricamente, per evitare che le gente fnisca in ospedale.

Ma adesso si è mosso il nuovo assessore alla Sanità della Regione Umbra Luca Coletto, referente sanitario nazionale della Lega, che ha organizzato, in video conferenza, un summit sanitario a livello nazionale, con i rappresentanti di varie regioni: il Piemonte, su delega dell’assessore Icardi e del presidente Cirio, era rappresentato dal medico vercellese Alessandro Stecco, presidente della Commissione regionale alla Sanità. Tra i presenti alla video conferenza, il professor Luigi Cavanna, primario di Piacenza e addirittura uomo-copertina di “Time”, per aver salvato centinaia di vite umane a domicilio durante la scorsa pandemia, la primaria di Ovada Paola Varese e il primario dell’Infettivologia del Maggiore di Novara, Luigi Garavelli.

Dice Stecco: “Durante il summit in remoto, seguito anche da alcuni parlamentari della Lega che si stanno occupando di questo enorme problema a Montecitorio, sono state affrontate tematiche di alto rilievo. Ad esempio quella degli studi compiuti nel nostro Paese sull’idrossiclorochina, che è stata testata nella maggio parte su malati anziani terminali, mentre invece si trattava di studiarla in azione nelle prime fasi della malattia. Abbiamo trasmesso i nostri pareri all’Aifa e ci aspettiamo una risposta rapidissima, entro martedì. E’ assurdo trascurare questa possibilità di aiutare la medicina territoriale e riteniamo che i medici scelti per affrontare la tematica siano stati di altissimo livello”.

Infine, ribadendo che la situazione si sta facendo davvero difficile anche a Vercelli, il dottor Stecco suggerisce a tutti, in questo momento, di indossare sempre una mascherina Ffp2 specie nei luogi affollati – ad esempio sui trasporti pubblici – oppure, se non se ne può avere la disponibilità, due mascherine: una di stoffa o di tessuto sulla bocca, ovviamente coprendo anche il naso, ed una seconda, chirurgica, sopra di questa. Usiamo questa accortezza perché davvero il Virus sta dilagando”.

Edm

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2 Commenti

  1. L’idrossiclorochina è stata una gigantesca bufala fin dall’inizio.
    A metà marzo mi ammalai di Covid-19.
    Ebbi una forma di moderata gravità: la saturazione d’ossigeno si abbassò, ma non ebbi bisogno di ossigenoterapia.
    Comunque, mi fu immediatamente fornita una confezione di idrossiclorochina.
    Come si può immaginare, lessi avidamente tutto quello che c’era sull’impiego dell’idrossiclorochina.
    E rimasi francamente sbigottito nel constatare che c’era – sostanzialmente – il nulla.
    Qualche evidenza in vitro di scarsissimo significato e un paio di studi clinici metodologicamente scadentissimi.
    Vabbè che stavo male, ma non tanto da affidarmi alla stregoneria.
    E così la mia scatola intonsa di idrossiclorochina la diedi a una paziente affetta da artrite reumatoide che impiegava l’idrossiclorochina per la sua malattia e che faceva fatica a trovare in farmacia il suo medicinale.
    Poi l’idrossiclorochina divenne – in modo incomprensibile, ai miei occhi – oggetto di una battaglia ideologica, con Bolsonaro e Trump a sbandierarla come soluzione efficace!
    Mah!
    E ancora, nonostante tutto, persone competenti a difendere l’uso dell’idrossiclorochina.
    Non posso non ricordare che “persone competenti” difesero il Metodo Stamina, il Metodo Di Bella, … ed ora … l’idrossiclorochina

    • Purtroppo lei non può dare nessuna testimonianza, da momento che non l’ha usata, e quindi non può dire se è o no efficace. Ho vissuto diversi anni in Brasile e ho molti amici che mi tengono informato su quello che accade là, e le posso assicurare che in Brasile, ha salvato centinaia di migliaia di persone,tra cui persone che conosco (ex ragazza) e i risultati non sono solo in vitro,ma reali, come quello constatato dai medici italiani, ma sopratutto da quelli brasiliani, dove hanno curato VERAMENTE centinaia di migliaia di persone, la dottoressa Nise Yamaguchi é il e il suo staff, hanno fatto uno studio della idrossiclorochina su 450 mila persone é non su 96 mila di 5 paesi,riunendone gli studi e facendone una accozzaglia di dati, tra le altre cose, includendo persone affette da patologie cardiovascolari che l’uso della idrossiclorochina, é fortemente sconsigliata nelle direttive dalla OMS,tant’è che questo studio di lancet, é stato contestato da ben 120 illustri esperti, e ne é stata chiesta lá cancellazione della pubblicazione… Lei con questo commento, sta facendo un discorso ideologico, e visto che ha menzionato la cura Di Bella, sappia che come in questo caso della idrossiclorochina, che nella sperimentazione hanno usato nel trattamento persone con patologie cardiache, nel caso Di Bella, la sperimentazione fu fatta su persone che GIÀ AVEVANO FATTO LA RADIO E LA CHEMIO TERAPIA senza esito, e pretendevano che avrebbe dovuto fare effetto la cura Di Bella,dopo essere state massacrare dai trattamenti precedenti…. Semplicemente assurdo, per questo la cura non ha funzionato…. Lei sta facendo un discorso ideologico, che non ha senso, visto che si è rifiutato di usare la idrossiclorochina, quindi il suo commento è inopportuno..

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