La Frecce Tricolori, le mascherine punitive e la vera leadership

La foto pubblicata da La Repubblica il 26 maggio che fece il giro del Web documentando le migliaia di persone assiepate per il passaggio delle Frecce Tricolori

Ricordiamo tutti le immagini di Torino, con la grande piazza Vittorio, il ponte sul fiume Po e l’area della chiesa della Gran Madre, affollate di persone, lo scorso 25 maggio, per il passaggio delle sempre affascinanti Frecce Tricolori. La pattuglia nazionale era impegnata in un tour, annunciato da giorni, sulle principali città italiane per celebrare il risveglio della Nazione, dopo i pensanti giorni di chiusura totale del Paese, tour che si è concluso il 2 giugno a Roma.

Un evento che creò aspre polemiche nei “pasdaran del lockdown” e generò l’ordinanza del Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio che impose a tutti i piemontesi, come conseguenza, quattro giorni di “mascherine punitive” nel primo ponte lungo successivo a quella data: dal 30 maggio al 2 giugno. In molti, allora, dopo l’evento delle Frecce Tricolori, ci dissero pubblicamente: “vedremo tra 15 giorni gli effetti nefasti i termini di contagi di questo scriteriato comportamento dei cittadini, esploderà un nuovo focolaio e chiuderemo tutto”. Ebbene i quindici giorni scadono esattamente domani e, a meno di catastrofi di cui non siamo a conoscenza, i dati dei contagi aggiornati a ieri non sono mai stati così bassi, da mesi, in Piemonte (zero decessi, 10 nuovi casi registrati in tutta la Regione con 38 ricoveri residui in terapia intensiva). Nessuna catastrofe virale è accaduta, nessun nuovo ingovernabile focolaio si è acceso, la famosa curva discendete ha proseguito la sua discesa incurante della piazza col naso all’insù per le acrobazie tricolori dei piloti militari.

Ora, posto che l’attenzione alle misure di prevenzione e protezione dal virus sono un comportamento etico, morale e di buon senso, a cui non è chiaramente possibile rinunciare, quanto accaduto dimostra ancora una volta un fatto: dare sempre e unilateralmente la colpa agli “scriteriati cittadini” che non attendono altro che abbracciarsi e “droplettarsi” addosso micro particelle di Covid e per questo punirli e trattarli come teppisti del contagio, da tenere sotto al giogo del senso di colpa per una nuova eventuale ondata pandemica, serve soprattutto a scaricare la coscienza di chi non ha altre strategie da attuare. Giustificare scelte discutibili sventolando lo spettro della seconda, terza, quarta ondata virale, a suon di “vedrete che accadrà ora…”, alimenta solo, in modo ingiustificato, la paranoia di chi è vittima di una perenne “sindrome della capanna” e non ha orizzonte se non quello di una continua separazione dal mondo e dalla realtà. Noi, oggi, abbiamo bisogno di persone che sappiano tracciare un futuro in cui dal virus non si “scappi e basta”, ma nel quale si impari a convivere con la sua presenza più o meno aggressiva. Abbiamo bisogno di governanti che trattino le persone da cittadini straordinariamente maturi quali hanno dimostrato di essere in questi mesi gli italiani, sopportando privazioni della libertà e perdite di lavoro che non hanno eguali nel recente passato. Spiace dirlo, ma la vera leadership non si manifesta punendo la gente con “le mascherine ovunque” come se fossero scolari ribelli da spedire dietro la lavagna, essa si realizza con progetti concreti e realizzati di ripresa che coniughino la sicurezza di una vita attiva, e fuori dalla capanna, ad una visione a lungo termine che comprenda anche l’essere preparati ad affrontare le necessità di chi si ammalerà ancora di, o per il Coronavirus. La parola “responsabilità” deve essere utilizzata per descrivere una situazione di rinascita e di maturità da trasmettere alla collettività e non come carico di colpa da gettare a badilate addosso a chi tenta di riagguantare una vita con il naso fuori di casa. Le persone e la società non sono il nemico, come pare faccia intuire il pessimo termine “distanziamento sociale” che oggi siamo stati abituati a ad accettare, ma sono il patrimonio con cui costruire il domani. Il nemico è il virus, contro il quale i nostri medici hanno realizzato una guerra che, forse, sta volgendo in positivo: ricordiamolo sempre. L’altro nemico, più difficile ancora da combattere, è la pochezza delle idee e la paura del giudizio popolare drogato dal consenso sui social, dietro a cui si nascondono spesso decisioni estemporanee e poco utili.

 

Luca Avenati

 

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