Casa Alciati: un po’ di Rinascimento romano a Vercelli

Il cortile di Casa Alciati

Casa Alciati è un bell’esempio di residenza nobiliare del XV-XVI secolo, che conserva un pregevole ciclo di affreschi, testimonianza del gusto e della moda dell’epoca. I primi proprietari dell’edificio situato a Vercelli in via Verdi furono gli Alciati, «una famiglia di origine manfredinga che ebbero proprietà nei feudi di Castelletto Ticino e Viancino» nella zona sud-orientale del biellese, dove tutt’oggi esiste un paese, il cui nome non può trarre in inganno: Mottalciata.

La famiglia non ebbe tra i suoi membri esponenti illustri, se si esclude un tale Nicolò, del quale ci dà notizia lo storiografo vercellese, Carlo Dionsotti, attento osservatore della storia locale e autore, tra gli altri, delle Notizie biografiche dei vercellesi illustri, una sorta di dizionario che elenca molti personaggi della città particolarmente importanti nel corso dei secoli, tutti distintisi in campo religioso, politico e delle arti. Proprio in quest’opera egli cita Nicolò Alciati descrivendolo come un «nobile vercellese, avvocato e dottore del collegio di Vercelli; nel 1462 venne dal duca Ludovico di Savoia suo scudiere, senatore e controllore generale. Si deve alla sua destrezza la pace seguita fra il duca di Savoia e Francesco Sforza di Milano».

Casa Alciati richiama la domus romana

Nel XVI secolo che si svilupparono interessanti fenomeni artistici e, soprattutto nell’ambito della pittura, emersero figure importanti, che influenzarono non poco le generazioni successive. Basti ricordare un nome su tutti, cioè quello di Gaudenzio Ferrari, il quale fuse la lezione milanese dell’ultimo Quattrocento (Bramante e Leonardo in particolar modo) con quella di Perugino e di Raffaello (conosciuti probabilmente durante un suo soggiorno a Roma).

Sempre in quel periodo assistiamo a un altro fenomeno rilevante, vale a dire il diffondersi della cultura cortigiana, che produsse esperienze in letteratura (Gli Asolani di Pietro Bembo, opera pubblicata a Venezia nel 1505 da Aldo Manunzio), in musica e nelle arti figurative. Stella polare in quegli anni fu Baldassarre Castiglione, intellettuale mantovano, che nel 1528 diede alle stampe Il libro del cortegiano, in cui si descrive come dovrebbe essere la corte ideale, ambiente in cui l’artista troverebbe la perfetta dimensione di equilibrio, una volta perduti i riferimenti nel campo politico, etico e religioso, tutti pervasi da un momento di crisi profonda.

Va da sé che gli artisti in tal modo non si avvantaggiarono più soltanto della Chiesa e dello Stato come unici committenti, ma, novità assoluta, si appoggiarono alle famiglie nobili, le quali, oltre a circondarsi di una moderna corte, facendo a gara nell’accaparrarsi i migliori nomi sul mercato, commissionavano la decorazione dei palazzi e delle ville di residenza, secondo la tendenza impostasi dapprima a Firenze e sfociata poi nelle interessanti esperienze di Mantova, FerraraUrbino.

La Sala dei Cartigli

A Vercelli la più preziosa testimonianza è appunto da cercarsi negli affreschi di casa Alciati. Lunga è la sua storia. Oggi è parte integrante del Museo Leone, ma prima ancora di essere adibita a tale funzione è stata in origine la residenza della nobile famiglia Alciati che la vendette nel 1732 ai Martorelli. Infine da questi ultimi passò nelle mani di Camillo Leone, il quale la acquisì come parte dell’eredità materna.

L’edificio non è opera omogenea, poiché la manica a levante e quella a ponente erano in origine due casette indipendenti, costruite nei secoli XIV e XV; in seguito furono riunite dal quadriportico a due piani che occupò l’antico cortile e le fuse in un organismo nuovo, formando un’unica casa che presenta lo schema della tipica domus romana, con un atrium centrale circondato dalle stanze: un salone, due stanzini e tre camere al pianterreno, nove camere al piano superiore.

Il loggiato interno è stato eseguito secondo un disegno che «dimostra veri intenti estetici ed è la parte più bella dell’edificio». Le arcate e le volte si impostano su rustiche colonnine di serizzo, tra cui quelle dell’ordine inferiore segnano già le proporzioni classiche. Le colonne dell’ordine superiore sono relativamente corte e hanno il fusto cilindrico, mentre negli angoli presentano una singolare sezione a cuore. La trabeazione ricorrente sopra l’ordine inferiore è costituita da fasce di mattoni sagomati; il cornicione di gronda, ricostruito sulle tracce antiche durante il restauro di Verzone negli anni ’30, è di muratura a lunette molto sporgenti.

Nel portico inferiore vi sono volte a crociera, in quello superiore botti a sesto ellittico lunettate. Le facciate sono prive di ornamenti: quelle di ponente e mezzogiorno sono intonacate, mentre quelle di mezzanotte e levante sono in mattoni a vista ed hanno intonaco solo nelle aperture. Le finestre più antiche hanno archivolti a sesto ribassato od acuto e sguanci smussati; quelle cinquecentesche sono esternamente rettangolari ed hanno le mazzette interne molto inclinate e l’archivolto di sesto ribassato.

Particolare del fregio mitologico che richiama quello di Peruzzi alla Farnesina

Nel momento in cui la proprietà passò dalla famiglia Alciati a quella Martorelli, a causa dell’attività di un membro di quest’ultima, molte sale furono trasformate in magazzini di granaglie, per cui venne modificata la struttura interna degli ambienti e gli affreschi vennero interamente ricoperti da uno strato di intonaco che venne raschiato via solo in occasione dei restauri diretti da Verzone tra il 1930 ed il 1934. Inoltre successivamente la casa perse del tutto la sua funzione originale, venendo adibita ad abitazione popolare, e l’architettura subì un sensibile stravolgimento con la demolizione di alcuni tramezzi e l’apertura di diverse porte, la cui conseguenza fu la perdita irreversibile di parti di affresco.

Nel 1927 il Consiglio di direzione dell’Istituto di Belle Arti si occupò del restauro per la prima volta. Dopo l’approvazione del Podestà di Vercelli, nel 1928 iniziarono i rilievi e lo studio del progetto di ripristino. Le opere iniziarono l’8 Giugno 1930 e si protrassero fino al 1934, anno in cui ebbe luogo l’inaugurazione del nuovo assetto.

Il restauro cercò di ristabilire l’architettura originaria con interventi di consolidamento, di conservazione e di rinnovamento, rivolti più che altro alla struttura dell’edificio e non ai dipinti, i quali vennero riportati alla luce tramite il raschiamento delle pareti da parte di «intelligenti apprendisti dell’impresa appaltatrice delle opere murarie». È proprio per quest’ultimo motivo che oggi, la leggibilità di alcune scene affrescate risulta alquanto problematica, nonostante i recenti interventi di restauro che hanno avuto il merito di riportare buona parte dei dipinti a un livello di lettura e di fruibilità ottimali.

Gli affreschi di casa Alciati rappresentano un interessante esempio di campionari iconografici rinascimentali di chiara influenza romana. L’autore, ancora ignoto, anche se sarebbe più corretto parlare di autori al plurale, identificato da Giovanni Romano in Eusebio Ferrari compì di certo un viaggio nell’Urbe e lì ebbe l’opportunità di conoscere fenomeni del tutto nuovi. La grottesca ad esempio, venuta di moda dopo la scoperta della Domus Aurea neroniana e più abbandonata come elemento decorativo. Anche la villa Farnesina, fatta costruire dal potente banchiere Agostino Chigi che chiamò a sé artisti del calibro di Baldassarre Peruzzi e di Raffaello. Molti elementi che si trovano nelle sale della Farnesina, li ritroviamo in Casa Alciati. Su tutti il fregio con le storie mitologiche tratte dalle Metamorfosi di Ovidio.

La Sala con le storie di Tarqunio e Lucrezia

Le sale dell’edificio di via Verdi presentano una decorazione ricca e complessa, realizzata a più riprese nel corso del XVI secolo: al piano inferiore la biglietteria, la Sala d’Ercole dove spesso il Museo organizza interessanti mostre; al piano superiore la Sala dei Cartigli e la Sala con le storie di Orfeo, in origine divise da un tramezzo, ma ora ambiente unico, la Sala di Tarquinio e Lucrezia dove la grottesca assume impensabili variazioni, la Sala delle Virtù. È un unicum nella pittura murale vercellese, l’esempio più eclatante di quella che potremmo definire pittura cortigiana. Un gioiello artistico che merita di essere valorizzato in tutto e per tutto e dove, l’occhio attento del visitatore, all’occorrenza aiutato da una delle tante guide competenti dello staff museale, può osservare l’evoluzione e le tante sfumature del linguaggio artistico vercellese del 1500.

Massimiliano Muraro

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