Sonny Colbrelli racconta in un libro il suo trionfo nel fango della Parigi-Roubaix

La copertina del libro di Sonny Colbrelli, scritto insieme a Marco Pastonesi

Quando l’essere umano, l’atleta nel nostro caso, compie qualcosa di unico, qualcosa che cambia dentro sia lui, che ha portato a termine quel compito, sia chi vi ha assistito, la voglia che quell’istante venga fissato per sempre e si ripeta come moto perpetuo è forte. Deve essere per questo e per altri motivi che Sonny Colbrelli ha voluto mettere nero su bianco la sua vittoria più sublime della sua carriera di ciclista professionista, aiutato nel racconto dall’esperto Marco Pastonesi, già autore di uno dei libri più belli sull’argomento: Pantani era un dio.

È uscito in tutte le librerie e negli store online Con il cuore nel fango. L’epica del ciclismo nella storia del Cobra (Rizzoli Lizard). Il titolo indirizza inequivocabilmente il lettore al trionfo di Sonny Colbrelli nella 118ma edizione della Parigi-Roubaix, la Regina delle Classiche, inferno e paradiso, alfa e omega di una disciplina che non concede sconti a nessuno.

Quella del 2021 è stata una corsa anomala, sia per il periodo in cui si è disputata, ottobre anziché aprile come da prassi, sia per il clima che ha tenuto fede al soprannome di questo Monumento, Inferno del Nord. Qui però le fiamme sono soltanto quelle che bruciano le gambe dei corridori. A torturarli i 29 settori di pavé, 29 bolge dantesche, nel 2021 conditi da acqua e fango che hanno letteralmente sfigurato campioni di solito baldanzosi nella loro eleganza e perfezione stilistica. Fidia li avrebbe senza alcuna esitazione scolpiti nel marmo. Modelli classici proiettati nella modernità.

Chi ha avuto la fortuna di seguire quella Parigi-Roubaix ha assistito a un autentico miracolo sportivo, ora narrato in prima persona dalla voce di chi lo ha concretizzato. E non c’è soltanto quello: dai primi ricordi in bicicletta ai primi successi nelle giovanili, fino ad approdare nel ciclismo che conta, quello dei professionisti. Tanti aneddoti (come il perché del suo nome), gli anni alla Zalf-Fior, gli esordi, le batoste, le gare viste in tv con la speranza un giorno di potere ripetere quelle gesta.

E Colbrelli le ha ripetute eccome, prendendosi il suo meritato posto nella storia dello Sport. Con una consapevolezza operaia: «Vincere, non stravincere. Stravincere è un atto di presunzione, spesso un peccato di presunzione, e si paga. Io so di non poter stravincere, ma so finalmente di poter vincere. In diversi modi: non solo in volata, ma anche in fuga. E tanto mi basta».

Ma cosa diavolo è successo in quella Parigi-Roubaix di tanto speciale, tanto da renderla unica e diversa dalle altre, e non soltanto per la vittoria di Colbrelli? Riavvolgiamo il nastro.

Nel tardo pomeriggio di domenica 3 ottobre 2021 tre uomini, anche se sarebbe meglio dire tre golem di argilla, varcano le soglie del Velodromo di Roubaix in sella alle loro biciclette. Si fa fatica a riconoscere chi siano. I volti, così come i corpi sono completamente ricoperti di fango che, bontà sua ha miracolosamente risparmiato i numeri di dorsale che si sono appuntati poche ore prima alla partenza da Compiègne. Un rito, quello della punzonatura, che serve a stemperare la tensione, così come quello della vestizione e dell’ultimo controllo al mezzo (Colbrelli ce lo descrive bene).

I tre cavalieri prossimi all’impresa sono Mathieu Van der Poel, gigante olandese che ha ancora il dente avvelenato per il secondo posto al Giro delle Fiandre, Florian Vermeersch, giovane belga che sogna qualcosa di indimenticabile da raccontare un giorno ai nipoti, e Sonny Colbrelli, che sta vivendo la sua stagione forse migliore da quando corre: vestire la maglia di campione nazionale ed europeo lo stesso anno non è cosa da tutti i giorni.

Quando mancano pochi km al traguardo, chi è incollato al televisore non crede ai propri occhi: in fuga c’è un italiano tutto solo. Non è Colbrelli, ma Gianni Moscon che sembra avviato a chiudere in solitaria, privilegio che spetta solo ai grandi. Ai meno 30 km però la storia ha ben altri programmi e decide di prendersi una pausa che si rivelerà fatale per il povero Moscon. Complice una foratura è costretto a fermarsi e a cambiare bici. Riparte e riprende a stantuffare come un ossesso. La pedalata è meno convinta e potente, ma il corridore della Ineos ci prova lo stesso. Purtroppo per lui la sorte gli mette per la seconda volta in pochi minuti il bastone tra le ruote. Moscon si ritrova per terra, non si sa se per imperizia o per colpa delle gomme gonfiate troppo. La sua gara scivola via sulle dure pietre del Nord: cadde, come corpo morto, cade, avrebbe detto Dante.

Intanto da dietro arriva implacabile il terzetto, il gruppo ormai non ce la può più fare ad andare a riprenderlo. È una questione a tre. Van der Poel è convinto del fatto suo, forse troppo. Vermeersch ha l’incoscienza dei giovani, ma se si fosse informato meglio saprebbe che il soprannome di Colbrelli è Cobra. Mica per nulla. Infatti il corridore della Bahrain Victorious sa quando è ora di gonfiare i polmoni e tendere i muscoli per avventarsi sulla preda, così all’ultima curva lancia l’affondo letale, quello che non lascia scampo. La 118ma edizione della Parigi-Roubaix è di Sonny Colbrelli da Desenzano del Garda.

Il resto non è più nemmeno storia, ma già epica. Colbrelli che si getta sull’erba del Velodromo tempio del ciclismo, il pianto liberatorio di uno che quasi non crede a quello che ha fatto o ci crede e non se ne rende ancora conto o è nella piena consapevolezza dell’estasi. Colbrelli che agguanta la sua bicicletta e la alza al cielo in segno di ringraziamento e di trionfo. Colbrelli che sale sul podio e si stringe al petto la pietra che viene consegnata ai vincitori. Colbrelli padrone del mondo.

«Freno, scendo dalla bici e la tiro su. E la mostro. Se ho vinto io, ha vinto anche lei. Abbiamo vinto insieme. Io e lei. Mollo la bici sul prato e poi mollo anche me, prima battendo i pugni sull’erba, poi rotolandomi da una parte all’altra, urlando e piangendo, esausto ma vivo, sfinito ma felice. Perché la felicità è aver dato tutto, più di tutto, oltre il tutto», scrive Colbrelli nella frase riportata anche in quarta di copertina.

Il nastro è stato riavvolto. Siamo nel presente. La vita è alquanto bizzarra e spesso crudele. A distanza di sei mesi da quel successo Sonny Colbrelli sta vivendo una situazione drammatica. Durante l’ultima volata al Giro di Catalogna, il suo cuore si è fermato. Per rianimarlo è stato necessario l’utilizzo del defibrillatore. Non sappiamo se il suo futuro sarà ancora in sella a una bicicletta, noi tutti sportivi lo speriamo e glielo auguriamo. Una cosa sola possiamo dirgli ed è un grazie lungo 257,7 km per quello che ci ha regalato.

Domenica 17 aprile si correrà la Parigi-Roubaix, ritornata al suo tradizionale posto in calendario, ma Colbrelli non ci sarà. Immaginiamo che sarà dura per lui seguirla da casa, davanti al televisore come qualsiasi tifoso, e se decidesse di non guardarla capiremmo tutte le sue ragioni.

Un’ultima precisazione che si sono sentiti in dovere di dare ai lettori i due autori e l’editore: «Questo libro è stato scritto tra il novembre 2021 e il gennaio 2022, con l’intento di portare in libreria, in occasione della Parigi-Roubaix, una fra le testimonianze più forti ed emblematiche del ciclismo italiano. Oggi, dopo i recenti drammatici eventi che hanno colpito Sonny Colbrelli, in un momento in cui per l’uomo ancor prima che per l’atleta si apre un nuovo capitolo ancora tutto da scrivere, l’intento è ribadito, più forte che mai». Forza Sonny siamo tutti con te! Del resto come scrivi tu: «La bici è libertà» e noi siamo pronti a giocarci tutto sapendo che tu a quella libertà non rinuncerai tanto facilmente.

Massimiliano Muraro

Love
Haha
Wow
Sad
Angry

3 Commenti

Rispondi a vraie55 Cancella la risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here