Sergio Marengoni: “Vinsi il Viotti 50 anni fa perché ero in stato di grazia, per amore”

Sergio Marengoni nella redazione di TgVercelli

 

Vercelli – Ci sono momenti, nella lunga e spesso anche routinaria carriera di un giornalista, in cui ti capita di approdare ad un’isola di felicità assoluta, dalla quale non vorresti più risalpare per riprende a navigare nel mare magno della cronaca.

 

Mi è successo oggi. Avevo chiesto nei giorni scorsi a Pier Robbone di intervistare uno dei prestigiosi giurati del 70° Concorso Viotti, e la mia scelta era caduta sul maestro Sergio Marengoni soprattutto per un motivo: aveva vinto il Concorso esattamente 50 anni fa, ed era stato il penultimo italiano a trionfare, prima di Vincenzo Balzani nel 1971. Per giunta l’intervista sarebbe avvenuta proprio all’indomani della scelta della giuria, presieduta da Jun Kanno, di estromettere l’unico italiano semifinalista dalla grande finale a tre di sabato: cosicché nemmeno il pur talentuosissimo laziale Axel Trolese è riuscito ad infrangere il tabù di un pianista italiano che non riesce a salire sul podio del Concorso, cosa che non si registra più dal 2002.

 

Sergio Marengoni, 79 anni portati splendidamente, affabile, spiritoso è venuto a trovarci nella redazione di TgVercelli e l’ora trascorsa con lui è stata davvero un momento indimenticabile della mia carriera professionale, che pure è stata costellata di incontri autorevoli, ad esempio con Yehudi Menhuhin, Lazar Berman, Uto Ughi e tante altre star della musica mondiale.

 

Ecco l’intervista

Maestro, che cosa ricorda delle sue esperienze viottiane nella nostra città, precedenti quella del trionfo nel 1969?

“Ricordo che furono tre. Nel ‘63 e nel ‘64 ottenni due medaglie da finalista, poi qualche anno dopo arrivai quinto: rammento che arrivò secondo il mio amico Ettore Peretti, mi pare per la seconda volta consecutiva, ma non ricordo bene l’anno…”

 

Fu nel 1967, maestro, quando vinse il francese Jacques Rouvier e il premio premio, pensi, fu un pianoforte a coda… Premi a parte, che cosa ricorda di quei giorni?

“Nebbie fittissime, l’albergo vicino al Salone Dugentesco, dove si svolgeva tutto, dalla prima prova (allora non c’erano pre selezioni) alla finalissima. Poi ricordo con affetto il professor Robbone, ovviamente, ma anche, tra gli altri giurati, Giulio Confalonieri e Jean Micault”.

 

E poi arrivò il 1969, l’anno della palma. Com’era cresciuto il ventinovenne Sergio Marengoni rispetto al pianista di pochi anni prima che era arrivato, al massimo, quinto?

“Me lo domandarono, fin dalla prova, anche alcuni giurati, stupiti a loro volta di questa trasformazione. Alcuni mi avevano seguito anche in altri concorsi. ‘Hai cambiato maestro? Com’è stato possibile questo miglioramento?’. Ma io non avevo cambiato nessun maestro: Mario Conter mi aveva formato a mio avviso nel migliore dei modi, e allora ho proseguito da solo, cercando di migliorarmi giorno per giorno, ed evidentemente ci sono riuscito. Ma quell’anno, poi, ero in stato di grazia, certo di vincere. E sa perché? Ero innamorato. Innamorato della mia futura e attuale moglie”.

 

Che venne a vedere la finale del 18 ottobre al Dugentesco?

“No perché eravamo…diciamo così…clandestini”.

 

Scusi, in che senso, se non sono indiscreto…?

“Nel senso che lei era ancora fidanzata con un altro, ma poi scelse me e ci sposammo poco dopo. E’ la donna della mia vita, e sono convinto che mi abbia fatto vincere quel Viotti, anzi, ne sono certo…”.

 

E’ una storia davvero bella. Che cosa ricorda di quei giorni? Ad esempio della giuria?

“I giurati, naturalmente, che erano ancora una volta Micault, Confalonieri, Mozzati, Robbone e tanti altri che ho dimenticato. E poi il fatto di suonare per ultimo. Ultimo di sei finalisti. Avendo preso parte ad altre finali, ero certo che, proponendomi per ultimo, la giuria aveva in fondo già fatto la sua scelta: di solito, anche se oggi non è più così, l’ultimo ad esibirsi in finale era il vincitore in pectore. Così, pur sentendomi in stato di grazia, per i motivi che le ho detto, mi limitai quella sera allo stretto indispensabile, a non fare errori: suonai Debussy, Schumann, Beethoven e quando alcuni giurati, avendomi già ascoltato in altri Concorsi, mi chiesero di aggiungere Listz, dissi di no. Poi, in attesa del verdetto, andai a telefonare alla moglie del mio maestro e le dissi che ero certo di avercela fatta: lei mi invitò alla calma, le sorprese erano sempre possibili. Ma io ero certo di aver vinto, e così fu”.

 

Guadagnò 300 mila lire, la medaglie d’oro del Rotary e la scrittura per dieci concerti. Li fece tutti?

”Assolutamente no, ne feci tre, forse quattro. Però feci quello al Civico con l’Orchestra Nazionale della Cecoslovacchia di Praga, eseguendo Schumann. Doveva dirigermi un maestro cecoslovacco, ma forse si ammalò e fu sostituito alla direzione proprio dal mio maestro, Conter. Può immaginare la mia (e la sua) gioia.

(Da notare – i casi della vita – che di quella commissione che proclamò il successo di Marengoni facevano parte due pianisti tedeschi, marito e moglie, e cioè Kurt Bauer e Heidi Bung che, nel ‘53, avevano battuto in finale nella sezione “duo di pianoforte” proprio il suo maestro, Mario Conter, che gareggiava con la moglie, Lydia Saottini).

 

Ma forze del destino a parte, dopo aver ripercorso quegli indimenticabili giorni di cinquant’anni fa, ora arriviamo al presente? E’ stato contento della chiamata in giuria?

“E’ stata la seconda consecutiva, ci speravo e la aspettavo. Amo la vostra città e amo quei ricordi incancellabili”.

 

Differenze il Concorso 2017 e l’attuale?

“Una, e fondamentale: due anni fa, sin dalla prima prova, tutti noi giurati eravamo certi che avrebbe vinto Emelianov, un’aquila rispetto a tutti gli altri, pur bravissimi concorrenti. Quest’anno non è così. Secondo il mio strettissimo parere personale, il Concorso in questa edizione era partito un po’ in sordina, senza qualcuno che spiccasse nettamente, come, allora, Emelianov. Ma forse tutti avevano bisogno di carburare, come ad esempio alcuni portentosi pianisti dell’estremo Oriente. Nella seconda prova alcuni concorrenti hanno compiuto un balzo qualitativo addirittura gigantesco. Ad esempio il nostro Axel Trolese, che mi ha davvero incantato. Peccato che non sia riuscito ad arrivare alla finalissima: in semifinale mi era piaciuto tantissimo in Ravel. E’ un giovane di talento e gli auguro di seguire la mia stessa strada viottiana”.

 

Escluso dalla finale Trolese, l’Italia anche quest’anno rimane a bocca asciutta: è incredibile che in settant’anni di Viotti, siano state solo  sei le vittorie italiane. Oltre alla sua, quelle di Isabella Salomon nel ‘51, di Luciano Bertolini nel ‘53, di Franco Angeleri nel ‘63, di Anna Maria Cingoli nel ‘68 e di Vincenzo Balzani nel ‘71. Adesso, eccezion fatta per alcuni fenomeni russi o francesi che riescono ad inserirsi sempre brillantemente, l’Estremo oriente la fa da padrone, come se lo spiega?

“Innanzitutto, penso alla Cina, per un fatto meramente aritmetico: in Cina i pianisti sono circa 50/60 milioni. Ma poi, di questi giovani orientali va ammirata la straordinaria disciplina che li porta a prevalere. Secondo me quella di sabato sarà una serata di musica indimenticabile”.

 

Che cosa porterà nel cuore di questa edizione del Viotti?

“La cordialità di Vercelli, l’amicizia con gli altri giurati. Mercoledì mattina non c’era la competizione e allora con Cristiano Burato e Pier Robbone, siamo andati a giocare a tennis: abbiano trovato un quarto (il maestro Nicola Fumarulo – ndr) e ci siamo divertiti. Quando ero in piena attività concertistica dovevo soffocare e di molto, se non quasi del tutto, per ovvii problemi legati a mani e gomiti (allora le racchette erano pesantissime) la passione per il tennis. Ma adesso mi diverto ancora a giocarlo”.

 

Ama lo sport in generale?

“Tantissimo, e tifo Milan, che ora mi fa purtroppo rattristare”.

 

E per consolarsi?

“Mi consolo ovviamente con la musica, la lettura e soprattutto con l’arte. Vado per mostre – adoro i Preraffaelliti – e mi piacciono i quadri di mia sorella”.

 

Lei non dipinge?

“Qualcosa, ma soprattutto disegno: in famiglia ci siano divisi i compiti, a me la musica (sono anche figlio d’arte), a mia sorella la pittura”.

 

Sa che un grande musicista bresciano, il chitarrista Marco De Santi, tornerà proprio sabato a suonare nel Vercellese, per celebrare il suo maestro, Angelo Gilardino?

“Conosco benissimo Marco, e sono felice che sia tornato a dare concerti. Gli auguro ogni bene possibile”

 

 

Enrico De Maria

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1 commento

  1. Mi è Impossibile dire qualcosa su questo meraviglioso mondo della musica e di questa persona eccezionale (con l’intervistatore) .. se non .. uscendone
    .. 50 anni d’Amore:
    “quell’anno poi ero in stato di grazia, certo di vincere. E sa perché? Ero innamorato. Innamorato della mia futura e attuale moglie”
    futura e ATTUALE
    .. quelli di oggi nel frattempo avrebbero .. vinto 7-8 Viotti minimo! Ma innamorati (DAVVERO), MAI.

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