Presunta truffa del riso biologico denunciata da “Report”: tutti assolti i 5 imputati

 

Vercelli – Tutti assolti “perché il fatto non sussiste” dal giudice monocratico Cristina Barillari. Si è chiusa con questa sentenza di primo grado la vicenda che, denunciata dalla ttrasmissione televisiva “Report”, aveva messo a rumore il mondo dell’agricoltura vercellese: cinque noti produttori risicoli erano andati a processo con l’accusa di frode o di tentata frode per aver coltivato a quindi venduto (o tentato di vendere) riso biologico, che secondo il pm Davide Pretti (che in aula ha chiesto condanne variabili tra i due e i quattro mesi di reclusione) di fatto non lo era.

Il processo ha riguardato Chiara Dalmasso, 44 anni, titolare della Euroagricola di Desana, difesa dagli avvocati Andrea Corsaro e Aldo Casalini di Vercelli; Renato Delsignore, 45 anni, titolare dell’omonima ditta alla cascina Gardina di Bianzè, difeso dagli avvocati Alberto Villarboito di Vercelli e Simone Giacosa di Torino; Gianluca Picco, 45 anni, titolare dell’omonima impresa agricola di Bianzé, difeso dagli avvocati Chiara Roncarolo e Roberto Rossi di Vercelli; Benedetto Picco, 73 anni, difeso dal compianto avvocato di Novara Celestino Corica (morto mentre si stava svolgendo il processo) e dall’avvocato Riccardo Tacca, di Novara; infine, Godino Triglio, 75 anni, titolare della Carpo Farm, con sede alla cascina Carpo di Livorno Ferraris, difeso dagli avvocati Andrea Corsaro e Camilla Cellerino di Vercelli.

Le parti offese erano la Riseria Vignola Giovanni di Balzola, l’Agricola Lodigiana, la WBT di Settimo Torinese, La Riso Scotti, la Riseria Provera di Santhià, la riseria Martinotti Giuseppe di Trino e il presidente di Legambiente Gian Pier Battista Godio.

In sostanza, secondo la procura della Repubblica di Vercelli i cinque imputati producevano riso usando prodotti fitosanitari (pesticidi) non contemplati dai regolamenti CE che regolano la produzione del biologico e, in ogni caso non provvedevano, sempre secondo l’accusa, a separare il riso convenzionale dal biologico usando gli accorgimenti che sarebbero stati necessari, in fase di produzione, di raccolta e di trasporto all’industria che doveva lavorarlo. Secondo il capo di imputazione, dunque, spacciavano risone convenzionale per biologico, distribuendolo come tale alla trasformazione e al consumatore.

Tutto era nato da una puntata dedicata a questo tema dalla trasmissione “Report”. Tra inchiesta e fine del dibattimento, la vicenda giudiziaria si è protratta per cinque anni. Alla fine, la difesa l’ha spuntata perché innanzitutto i certificatori chiamati a deporre hanno dichiarato che, alla fine della produzione, tutto il risone poi commercializzato  era risultato biologico. L’accusa aveva individuato le cinque aziende andate a giudizio perché nella terra e nell’acqua delle loro risaie erano state riscontrate tracce eccessive di presenza di pesticidi non compatibili con il biologico, ma la difesa è riuscita a dimostrare che quelle tracce potevano benissimo derivare da aziende vicine che non coltivavano il biologico e che, in ogni caso, quella che contava era la certificazione finale sul risone prodotto. E, alla fine, questa tesi ha prevalso nel giudiziodel giudice monocratico.

Edm

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