Bruxelles: le quattro questioni che non si possono ignorare

I fatti di Bruxelles, le esplosioni che hanno straziato la vita di persone innocenti nel cuore politico e decisionale della nostra Europa, a due passi dal Parlamento Ue, e le notizie che seguono l’accaduto sulla storia degli attentatori e su come siano riusciti ad arrivare a compiere il loro scellerato proposito, impongono riflessioni con le quali dobbiamo nostro malgrado confrontarci. Potremmo definirle verità scomode, realtà di fatto che tutto noi, nel nostro profondo, sappiamo che debbono essere affrontate ma che ancora oggi, dopo l’ennesima conta di morti e sangue e dolore, nessun governante o politico o amministratore ha dato prova di aver messo in esame. Questioni che attingono al nostro ruolo, alla nostra realtà di Nazione compresa in una federazione di nazioni chiamata Europa, e alla concreta volontà di fronteggiare questa guerra non convenzionale del terzo millennio, un conflitto ibrido che ci vede protagonisti nostro malgrado. Il passo iniziale da compiere è rendersi conto che siamo in guerra, con tutto ciò che ne consegue. D’altronde come potremmo definire in altro modo la nostra condizione, visto che anche gli Usa tramite il Dipartimento di Stato, solo due giorni fa, hanno emesso nei confronti dell’Europa un “Travel Alert” invitando tutti i cittadini americani a non viaggiare verso o attraverso l'Europa, per l'esistenza di una concretissima minaccia “a breve termine” di possibili nuovi attentati i cui obbiettivo sono “eventi sportivi, siti turistici, ristoranti, luoghi di trasporti e siti di interesse culturale”.

 

 

Il primo scoglio da affrontare è la “questione Guantanamo”. Alcuni siti e blog ne hanno parlato, ma va spiegata. Il sistema giuridico e il costrutto legale europeo non è adeguato a sostenere un confronto con la realtà terroristica così come si sta evidenziando. Le nostre leggi, la nostra giustizia pensata e adeguata a un territorio civilizzato e di diritto qual è l’Europa, ha maglie troppo larghe. Va invece definito uno status giuridico chiaro per i terroristi islamici. Noi europei, quando arrestiamo uno di questi terroristi, applichiamo le nostre leggi, con tutte le tutele che si garantiscono agli arrestati. Avvocati difensori, modalità d’interrogatorio, interrogatori di garanzia, tempi di incarcerazione e comparizione davanti agli organi giudiziari: tutti strumenti efficaci per la criminalità anche brutale ma “ordinaria”, che però non permettono di garantirci informazioni necessarie a sventare un attentato imminente. Se c’è una peculiarità degli attacchi di Bruxelles rispetto ai precedenti, infatti, è che sono avvenuti nonostante uno dei terroristi del gruppo, Salah Abdeslam, già organizzatore ed esecutore degli attacchi di Parigi solo quattro mesi prima, fosse già agli arresti, catturato nel luogo stesso degli attentati solo il venerdì prima. E’ molto difficile credere che Salah non fosse a conoscenza di quanto sarebbe avvenuto. Ma, nonostante fosse stato detto che stava “collaborando”, di fatto lui non ha fornito informazioni utili a bloccare l’attentato. E nei giorni successivi abbiamo anche letto dei silenzi di Salah, della sua richiesta di estradizione in Francia, delle dichiarazioni del suo avvocato. Il dubbio è che possiamo trovarci di fronte ad un “caso di scuola” paventato da molti in questi anni: al terrorista non viene torto un capello, in ossequio ai nostri correttissimi principi di civiltà, ma intanto passano minuti, ore, giorni preziosi per capire dove i suoi “fratelli” possano di nuovo colpire. E 72 ore dopo l’arresto di Salah a Bruxelles sono esplose le bombe.

Va poi detto che i terroristi islamici sono senz’altro dei combattenti che compiono atti di guerra e crimini contro l’umanità su di un territorio, ma di fatto non si tratta di un territorio a loro straniero, o almeno non sempre. E poi essi, pur se identificati come idealmente appartenenti ad Al Qaeda o all’Isis, di fatto non appartengono all’esercito regolare di uno Stato, giacché il famoso stato islamico non esiste. Per cui non vi è alcuna realtà che abbia dichiarato guerra. Quindi anche noi non abbiamo alcuna controparte a cui dichiarare guerra, con la quale poter organizzare scambi di prigionieri, o verso la quale applicare i conosciuti strumenti del conflitto. I nostri nemici rapiscono, tagliano gole, si fanno esplodere o fanno esplodere bombe. Ma sono come noi e tra di noi. E siamo costretti a combatterli con la normale polizia e i servizi, ma con gli strumenti anche giudiziari che la polizia possiede nelle città. Insomma, una risposta evidentemente inadeguata al tipo di problema.

È dunque necessario elaborare ex novo, dal nulla, uno status giuridico e degli standard di trattamento e regole di conflitto diverse. Perché questo terrorismo non si può combattere con le armi della giustizia ordinaria, con i tempi sia pure accelerati dei tribunali, dei colloqui con gli avvocati, delle richieste di estradizione.

Gli Stati Uniti, che di fatto, ricordiamolo, sono una federazione di singoli stati esattamente come vorrebbe esserelo l’Europa, hanno trovato, dopo gli attacchi subiti, una via d’uscita per quanto deprecata, violenta e criticata: la famosa Guantanamo e le sue leggi al di là delle leggi. Ovvero strumenti giudiziari particolari per figure particolari come i terroristi. Diritti che in certi casi sono stati del tutto sospesi.

In Europa, noi, avremmo necessità di un corpo di polizia extra nazionale, o europeo (federale diciamo), che abbia determinati poteri e abbia possibilità di agire in tempi assai più rapidi. E di strumenti giudiziari particolari per queste situazioni.

La sensazione invece è che noi europei, ancora oggi, non ci siamo ancora nemmeno posti il problema, tendendo piuttosto a scansarlo sdegnosamente.

 

 

La seconda questione è che i terroristi islamici di fatto godono di un ampio supporto da parte di molte comunità musulmane europee. Magari non tutte, e senza dover offendere nessuno, ma dobbiamo anche in questo caso prendere coscienza del fatto che sia così. E il supporto va dall’omertà alla copertura per chi è accusato o inseguito, fino alla vera e propria complicità attiva. Tutti, infatti, sappiamo che dopo gli attacchi di Parigi, nonostante fossero braccati dai servizi di sicurezza di mezza Europa, non solo Salah Abdeslam e Najim Laachraoui sono riusciti a fuggire, ma sono riusciti a nascondersi per quattro mesi a Molenbeek, in un quartiere islamico alle porte di Bruxelles!! E sono anche riusciti a pianificare altri attacchi!!

Addirittura siamo venuti a sapere che uno degli attentatori di Bruxelles, Ibrahim al Bakraoui, fu fermato in Turchia qualche mese fa, poi venne estradato in Belgio e a giugno venne rilasciato. Un fatto che il Belgio ha poi puntualizzato, rimpallando la responsabilità del rilascio ai Paesi Bassi. Il terrorista di fatto, però, nonostante le segnalazioni dei servizi turchi e gli allerta diramati, si è trovato libero nel cuore dell’Europa. E ha così potuto, indisturbato, ritrovare i suoi sodali con cui ha programmato la strage dell’aeroporto. Tutto questo è inaccettabile. È inimmaginabile che terroristi, anche quelli che ancora sono ricercati oggi per i fatti di Bruxelles, possano muoversi così liberamente in Europa a causa delle maglie troppo lasse delle nostre leggi e con la complicità sia passiva che attiva di centinaia, forse migliaia, di appartenenti alle comunità musulmane francesi e belghe. Quei famosi cittadini delle periferie, immigrati magari di seconda o terza generazione, per la maggior parte disoccupati, tanto astiosi e rancorosi verso il sistema che li ha accolti con diritti, istruzione gratuita, moderna assistenza sanitaria gratuita, previdenza sociale, libertà e così via, da progettare di unirsi alla jihad. Un fatto che non può, se non in un rigurgito d’ipocrisia, essere liquidato come un’esagerazione populistica. Aprire gli occhi, prendere consapevolezza che in certi casi essere intimiditi dal politicamente corretto può esporre a rischi enormi, è un primo passo.

 

 

La terza questione riguarda l’immigrazione. Non certo in generale o nel senso banale che “i terroristi s’infiltrano tra gli immigrati e i rifugiati”. Non si può escludere che qualcuno possa anche provare a raggiungere l’Europa in quel modo, ma non è il punto fondamentale.

Il fatto è che dobbiamo prendere consapevolezza del fenomeno degli “homegrown terrorist” o dei “foreign fighters”. Terroristi nati, vissuti e cresciuti nelle nostre citta, che di fatto sono i soldati della morte di questa guerra atipica. Uomini europei, nati qua, con passaporti europei, che parlano perfettamente francese o inglese, che spesso sembrano “integrati” da generazioni e sono protetti dalle loro famiglie e nei loro quartieri. Nei loro confronti noi siamo disarmati e loro logisticamente avvantaggiati. Bisogna comprendere che, ad oggi, l’islam estremo, essendo non solo religione ma anche politica e ideologia totalitaria, è incompatibile con i valori fondamentali alla base della convivenza nei nostri Paesi. In pratica dobbiamo capire che vi sono in Europa migliaia e migliaia di immigrati, o figli, o nipoti di immigrati, che sono culturalmente e ideologicamente inintegrabili, ammesso che lo siano economicamente e socialmente. Ciò comporta un passo avanti sull’identificazione di chi dobbiamo osservare per difenderci. Non più la persona proveniente da un determinato luogo. Ma la persona che ideologicamente appartiene a una determinata cultura o distorsione di cultura. Il passaggio logico determina che statisticamente più immigrati di cultura islamica entrano oggi nei nostri Paesi, venendo magari naturalizzati, resi europei con la cittadinanza, più possibili jihadisti ci saranno tra noi domani; forse non tra di loro, tra i primi arrivati, ma di sicuro tra i loro figli e nipoti. Persone che vorrebbero l’arretramento del livello medio di cultura nella popolazione, con passi indietro di decenni in termini di civiltà, di libertà d’espressione e sul ruolo della donna.

 

 

La quarta questione: la nostra politica inadeguata. A una minaccia straordinaria come quella a cui stiamo assistendo non si può rispondere che con strumenti straordinari, o quantomeno diversi da quelli che tutti i giorni utilizziamo. Non è accettabile né utile la sequela di giustificazioni, scarichi di responsabilità e anche prese di distanza che ancora oggi i nostri capi politici applicano nell’affrontare giornate come quella di Bruxelles. Abituati ad anni di finzione programmata nella comunicazione alla gente, al popolo, a battaglie politiche giocate sulle dichiarazioni, sulle posizioni e sulle ideologie, che possono descrivere tutto o il contrario di tutto, applicano quel tipo di approccio anche a questo problema. Un fatto che non può funzionare. Oggi è il tempo della concretezza e non del fumo negli occhi. È necessario, vitale, organizzare un’azione comune, una gestione unitaria su tutto il territorio europeo della questione terrorismo islamico. Una politica comune che non si faccia intimidire o non sia incatenata da interessi di partito, dalla votazione imminente, o dalla necessità di consenso. Si deve comprendere che il decisionismo, al di là del consenso, oggi è più importante dell’interesse elettivo. Abbiamo bisogno, insomma, di statisti, o leader, che agiscano, più che di politici che gestiscano o che scappino in lacrime come la Mogherini. Un fatto assai chiaro anche osservando con quanta facilità sempre più persone siano affascinate dalla figura di Putin quale interprete della lotta al terrorismo.

 

 

 

Riusciremo a fare fronte a questa difficilissima prova? L’impressione è che non si abbia scelta. L’alternativa infatti sarebbe quella di assistere periodicamente e con sempre maggiore frequenza a giornate di violenza, sangue e lacrime come quella di Bruxelles in una escalation le cui conseguenze non sono immaginabili.

 

 

 

Luca Avenati


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