Bruxelles: la dichiarazione di guerra dell’Isis

Ancora una volta kamikaze, ancora una volta morti e feriti e sangue e dolore e urla di chi si trova per caso in un luogo dove qualcuno ha deciso di farsi esplodere per la bandiera nera dell’Isis, colpendo la nostra cultura, la nostra Europa. Dopo Charlie Hebdo, dopo il 13 novembre di Parigi, dopo le esplosioni e i morti a Istanbul (e la lista a ritroso potrebbe allungarsi fino all’11 settembre di New York), dopo centinaia di morti e altro sangue sparso per il mondo, oggi ci troviamo a contare i corpi in Belgio, a Bruxelles, di nostri concittadini europei straziati da quattro bombe, due in aeroporto e due in metropolitana. Ci vengono poi annunciate scene di scellerati islamici che festeggiano, al solito grido “Allahu Akabar”, e leggiamo le rivendicazioni dell’Isis per l’accaduto. Dopo il devastante attentato di Parigi scrissi che allora era stato colpito il cuore, quello ideale, dell’Europa per mettere in ginocchio una Nazione, la Francia, e una cultura con il più alto grado d’integrazione degli stranieri, con immigrati islamici di seconda o terza generazione oggi francesi a tutti gli effetti. Oggi invece è stato colpito il cuore politico e istituzionale di questa Europa che, a dire la verità, potrebbe non reggere all’attacco. Ora lo sappiamo e dobbiamo smetterla di trastullarci nel sogno che la guerra sia qualcosa di altro, di lontano. Oggi dobbiamo renderci conto che la “Guerra Mondiale”, anche se in modo diverso dalle prime due che molti conoscono ormai solo per i libri di storia, è il nostro tremendo quotidiano. Non più scontro tra nazioni, ma tra due mondi e culture. Una guerra ibrida, se vogliamo, giocata con il terrorismo sulla nostra quotidianità. Giocata anche sui nuovi media. Ma in grado di sconvolgere le nostre vite.

Bruxelles è la sede del Parlamento di quel gigante costruito sulla moneta che è l’Europa. E quel gigante oggi è stato ferito mortalmente. Un molosso che non è stato capace di reagire fino ad ora in modo unitario ed efficace. Le bombe esplose nella hall partenze dell’aeroporto Zavanten della capitale politica d’Europa e nella stazione della metropolitana che si trova nei pressi del parlamento europeo, recapitano un unico messaggio da parte del terrorismo estremista islamico: “noi vi colpiremo ovunque, comunque e quando vogliamo, non basta arrestarne uno di noi, ne sono pronti altri a farsi esplodere”. Guerra. D’altronde è davvero difficile descrivere in modo diverso una situazione in cui ci sono nostri concittadini europei che non possono uscire di casa, dove gli aeroporti, i treni, le metropolitane e i trasporti sono fermi, dove su di un territorio vasto come quello del Vecchio Continente piano piano si sta raggiungendo la paralisi (Francia e Belgio hanno chiuso le frontiere, i voli per il Belgio sono cancellati, la centrale nucleare di Thiange, vicino a Liegi, in Belgio è stata evacuata, i Capi di Stato di ogni nazione sono in riunioni di emergenza ed è stato proclamato lo stato di massimo allerta anche da noi, a Roma).

 

Oggi, dunque, tutti noi facciamo l’ennesimo bagno di consapevolezza. Pregheremo anche per Bruxelles, dopo Parigi e dopo Istambul, pregheremo e ci stringeremo al Belgio (#prayforbelgium). Ma dobbiamo per forza pensare che il nostro oggi è quello di un conflitto in corso. Dove non si è più sicuri a volare, dove le frontiere diventano per forza un muro che si dovrà valicare con difficoltà, dove il controllo dei luoghi strategici – e il pensiero delle centrali nucleari in funzione fa tremare i polsi – o frequentati da grande folla non può più essere preso sotto gamba. Dove l’unità dell’Europa potrebbe smembrarsi in assenza di una politica, di un leader in grado di guidare in modo fermo, unitario, razionale ed efficace la reazione. Già, perché il punto è proprio che in Europa, la reazione, dopo ciò che è accaduto prima di oggi, di fatto non c’è stata. Una prova? Proprio Parigi, la Parigi ferita del 13 novembre, la Francia colpita nella sua scintillante capitale, non più tardi del 3 marzo scorso ha insignito, con una cerimonia tenuta maldestramente segreta agli europei, la più alta onorificenza della République, la Legion d’Onore, al principe ereditario saudita nonché ministro dell'Interno di Riad, Mohammed Ben Nayef. Dietro al gesto, probabilmente, ragioni di stato ed economiche. Va detto però che l’Arabia Saudita è di fatto uno stato islamico in cui da inizio anno si sono superate le 70 esecuzioni. Un evento che poi è divenuto il “segreto di pulcinella” quando le tv e i media sauditi l’hanno diffuso a gran cassa avendo eco anche da noi. E un fatto che ha portato l’attrice 49enne Sophie Marceau, alla quale è stata offerta la stessa onorificenza, a rifiutarla sdegnata per protesta.  

 

Di tutto ciò i guerriglieri dell’Isis sono ben consci.  Si fanno forza della nostra debolezza, della nostra cultura dell’inclusione, della nostra capacità di metabolizzare senza reagire le situazioni più difficili, della nostra “ignavia da benessere” per cui le nostre coscienze che si coalizzano e reagiscono sull’onda dell’emozione un giorno, il giorno dopo si riassopiscono nel tranquillo ovattato quotidiano. E così ci hanno recapitato questa dichiarazione di guerra. Ora, però, questo atteggiamento deve finire, non abbiamo scelta.

 

E davvero, una volta di più, fanno riflettere le parole, ormai divenute tragiche profezie, di Oriana Fallaci, vergate con rabbia nei suoi ultimi libri, che riporto qua di seguito.

 

“Non mi piace dire che Troia brucia - scriveva la Fallaci - che l’Europa è ormai una provincia anzi una colonia dell’Islam e l’Italia un avamposto di quella provincia, un caposaldo di quella colonia. Dirlo equivale ad ammettere che le Cassandre parlano davvero al vento, che nonostante le loro grida di dolore i ciechi rimangono ciechi, i sordi rimangono sordi, le coscienze svegliate si addormentano presto.
Bene, adesso le fiamme a Troia sono più alte che mai. Le ondate di immigrati in arrivo sono il culmine di un progetto antico, che da sempre cova tra gli islamici. L’attuale invasione dell’Europa non è che un altro aspetto di quell’espansionismo. Di quell’imperialismo, di quel colonialismo. Più subdolo però, più infido. Perché a caratterizzarlo stavolta (...) sono anche o soprattutto gli immigrati che si installano a casa nostra. Perdio, non v’è un solo paese islamico che sia governato da un regime laico, da uno straccio di democrazia! E perfino quelli schiacciati da dittature militari come in Iraq e in Libia e in Pakistan, perfino quelli tiranneggiati da una monarchia assoluta come in Arabia Saudita e nello Yemen, perfino quelli retti da una monarchia più ragionevole come in Giordania e in Marocco, non escono mai dai cardini d’una religione che regola ogni momento della vita e della giornata!

Ma come si fa a contare su un’Europa che è ormai Eurabia, che il nemico lo riceve col cappello in mano, lo mantiene, e addirittura gli offre il voto?!? Come si fa a fidarsi di un’Europa che al nemico s’è venduta e si vende come una sgualdrina, che i suoi figli li islamizza e li rincretinisce e li imbroglia fin dal momento in cui vanno all’asilo? Un’Europa, insomma, che non sa più ragionare?”. (Oriana Fallaci - La Rabbia e L’Orgoglio, 2001 e La Forza della Ragione, 2004).

 

Noi oggi, quell’Europa la dobbiamo difendere.

 

Luca Avenati


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