Un Natale che ci serve

Quest’anno abbiamo davvero bisogno del Natale. Mi spiego. Un 2015 cupo, nato con il sangue fatto scorrere dalla scellerata mano dei terroristi islamici nella redazione del Charlie Hebdo, a Parigi, e concluso con la strage dell’infausta serata al Bataclan, e nel cuore della stessa Parigi, con in mezzo il sangue versato a fiumi nelle guerriglie scatenate dal fenomeno Isis, incombe sui nostri pensieri preludendo a scenari difficili da tracciare per il 2016. Così, la sensazione è che ci sia un gran bisogno di un po’ di luce, che lenisca le ferite e ci dia forza per il futuro.

Proprio quella luce che da sempre il Natale rappresenta, per i credenti e non, pur nella sua patina sdrucita. Un modo per celebrare l’importanza dell’abbraccio con gli amici, della mano tesa ai nostri figli, della famiglia, dando valore universale al rispetto per gli altri e, se vogliamo, alla speranza.

 

Come ho detto, chiudiamo un anno difficilissimo. In cui i colpi di kalashnikov hanno sancito il fallimento di ciò che da anni almeno una parte di società, della cultura o anche nazioni intere come la Francia, hanno proclamato come inderogabile: l’integrazione. Perché è chiaro che colpendo al cuore la nazione europea con la maggiore integrazione fra culture, dove l’immigrazione non è un fenomeno ma una semplice condizione di partenza per generazioni di nuovi francesi, il messaggio è stato quello di cancellare proprio quel concetto “odioso” per alcuni e vuoto per molti altri (ora ne siamo più consapevoli): integrazione. Oggi sappiamo che ci sono sacche, gruppi assai folti di persone, che non hanno la minima intenzione d’integrarsi. Anzi, vedono l’Europa e tutto ciò che essa rappresenta, compresa la libertà che noi abbiamo ormai radicata dentro, come un grande nemico da abbattere. Gli attentatori protagonisti di quelle ore di sangue erano “ragazzi integrati”, immigrati di seconda o terza generazione che hanno parlato con bombe e mitra per dire forte e chiaro che l’integrazione per loro non esiste. Piuttosto per loro è preferibile il Califfato, ossia una becera revisione del medioevo arabo in chiave moderna con allucinanti vessazioni e prevaricazioni perpetrate in nome di una religione. Ciò, a prescindere dagli interessi che regolano questa tragedia, è un dato con il quale ci si deve confrontare.

Allora, in questo nostro brusco risveglio o bagno di realismo, dobbiamo renderci conto che è necessario cambiare mentalità. Che non si può più parlare d’integrazione in certi contesti, o almeno non lo si può fare per tutti e con tutti. Perché sciogliere, amalgamare e fondere culture assai diverse in un’unica polpa pluricomposta, non è oggi possibile.

Piuttosto, è necessario parlare di convivenza e rispetto tra chi arriva e chi già c’è. Concetti altrettanto alti e nobili, forse un po’ demodé. Convivenza e rispetto per le leggi, gli usi e i costumi che si trovano in un luogo, per le persone e le cose, per le usanze e i credo propri - che ci si porta a volte faticosamente sulle spalle - e per quelli che si possono incontrare.

Forse, provando da oggi ad insegnare con più applicazione ai nostri figli la cultura del rispetto per gli altri e la capacità di comprendere il valore di una convivenza, in cui nessuno si annulli ma dove i singoli mantengano ben salde le loro radici senza finire tritati in una miscela multicultura nella quale nessuno si riconosce, le cose si possono anche cambiare. Magari a piccoli passi, necessariamente con fatica, ma si può fare. Ciò che ci attende, ne siamo consapevoli, non è probabilmente quel futuro tranquillo che avevamo immaginato per i nostri figli, ma è quello che i fatti di Parigi e la violentissima stagione che stiamo vivendo ci impongono.

E allora, torniamo alla partenza: quanto è necessario questo Natale, con le sue luci, con la sua a volte un po’ usurata patina buonista, con il suo spirito che, in senso lato, può voler dire anche rinascita dell’uomo, nella quale è utile immergerci anche solo per qualche ora. Come se entrassimo in una sauna dell’anima che possa purificare le incrostazioni accumulate per ciò che purtroppo abbiamo vissuto. Una festa dalla quale abbiamo bisogno di trarre almeno un po’ di forza e di serenità per l’anno che ci attende.

 

E veniamo a noi, alla nostra più vicina quotidianità. Anche per TgVercelli è stato un anno importante, con una crescita in termini di seguito che ci rende assai orgogliosi. Siete sempre di più a leggerci, un dato che è il premio più importante per il nostro lavoro e per l’impegno di tutti i nostri collaboratori che ringrazio di cuore. Ma quello che è passato è stato anche un anno che per Vercelli ha significato fatica, tanta, per lo sforzo di aggrapparsi con le unghie a quel minimo di ripresa di cui si parla ma che da queste parti ancora stenta a farsi sentire. Basti pensare alle tante piccole aziende, attività, negozi, che a fine mese si trovano a pagare conti più grandi di loro e galleggiano, senza un euro di utile e senza riuscire alla fine a stare dietro ai pagamenti.

La speranza è quindi che la luce del Natale anche per Vercelli porti un anno di rilancio.

 

Concludo attingendo ad una benedizione atipica, direi, formulata qualche tempo fa da Papa Francesco: auguro a tutti per l’anno in arrivo che “forza, coraggio e speranza” siano la nostra guida. A conti fatti, ne abbiamo davvero bisogno.

 

 

 

Buon Natale

  

Luca Avenati

 

 


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