Molte banche aumentano i costi dei conti correnti e i correntisti sono disorientati

Sta generando sempre più sconcerto tra i correntisti italiani, l’aumento verticale dei costi scaricati sui conti correnti, che in taluni casi sono saliti anche del 130%. Si tratta di costi legati a diversi fattori, tra cui spicca anche il decreto del Governo Renzi per salvare le banche in crisi, finite in risoluzione nel novembre dello scorso anno: Banca Marche, Etruria, CariFerrara e CariChieti.

Ad esempio tre dei principali gruppi bancari italiani hanno scaricato, già a partire dallo scorso anno, la spesa di tale salvataggio, suddivisa tra le banche che hanno aderito al piano, sui clienti. I primi a spalmare i costi del salvataggio sono stati Ubi e Banco Popolare. Unicredit, dal suo canto, ha innalzato i costi di alcuni profili di conto corrente tra i 10 e i 12 euro, pur negando che, una simile manovra, sia collegabile ad altre crisi degli istituti di credito.

Il Banco Popolare ha informato verso la fine dell’anno i correntisti (che possono recedere) di questa “imposta una tantum di 25 euro”. “Ci siamo trovati a dover pagare 152 milioni di euro circa al Fondo di Nazionale di Risoluzione (che, in caso di default, copre il singolo correntista fino a 100mila euro), rispetto alle poche decine di milioni che versavamo abitualmente – hanno dichiarato da Banco Popolare -. Abbiamo preferito affrontare con chiarezza la situazione piuttosto che inserire dei costi nascosti tra le righe dei contratti”. In realtà, si spiega dall’istituto, la maggiorazione riguarderà tra un milione e un milione e mezzo di clienti che attualmente hanno conti a canone zero. E pare che anche Deutsche Bank abbia iniziato a inserire tra i costi un prelievo relativo al decreto Renzi.

Per quel che riguarda Ubi banca, il quinto gruppo bancario italiano, in tema di aumenti si legge che “L’incremento di 12 euro annui del canone dei conti correnti non è legato a tassi di interesse bassi o negativi o alle condizioni generali dell’economia, ma a un vero e proprio aumento dei costi di produzione che la banca sostiene per detenere i depositi della clientela”. Tra questi anche il fondo di risoluzione e lo schema obbligatorio di tutela dei depositi, anche questo europeo, che dovrà intervenire per garantire i conti fino a 100 mila euro. “Costi che nel solo 2016 ammontano a circa 60 milioni e che in precedenza non c’erano. Questi costi verranno condivisi con i clienti (il recupero degli stessi per la banca non è integrale) che in cambio ne riceveranno una sorta di ulteriore assicurazione” aggiungono dall’istituto.

Va detto che tutti gli istituti, in un modo o nell’altro, hanno motivato gli aggravi citando interventi legislativi che costituiscono “giustificato motivo per un aumento”, clausole di fatto contenute, di solito, nei contratti sottoscritti dai clienti. Senza “giustificato motivo”, infatti, le norme bancarie vietano le modifiche unilaterali dei contratti.

Intanto, alla lista delle banche che aumentano i costi, si aggiunta anche Intesa San Paolo che, dall'1 agosto 2017, dovrebbe far salire i costi del conto corrente a quasi il 30% dei suoi clienti, quelli più fedeli. Ovvero a tutti quelli che hanno aperto il conto corrente prima del 2016 e che hanno una giacenza media annua oltre i 2000 euro. Il motivo? I bassi tassi d’interesse del mercato interbancario che rendono la liquidità lasciata in deposito sul conto corrente dal cliente un “costo” per la banca.

 

Si tratta, insomma, di una situazione assai intricata, che vede aumenti di costi in molte banche, ma senza una univoca motivazione. Un quadro in cui sovente si sommano regole e contratti con la propria banca che non è facile ricostruire, nella quale alla fine il cliente si trova come minimo sconcertato. Ma anche una situazione che ha fatto infuriare Elio Lannutti (Adusbef) e Rosario Trefiletti (Federconsumatori) che all’inizio del mese hanno dichiarato, come riporta Agenparl del 5 luglio: “Insopportabili e scandalosi non sono soltanto i costi di gestione dei conti correnti italiani, i più cari d’Europa, fino a 318 euro l’anno contro una media di 114 euro dell’Ue, Ma anche le manovre fraudolente sulla pelle dei clienti, costretti a pagare gli errori dei banchieri e una gestione truffaldina del credito e del risparmio, l’omessa vigilanza che ha generato dissesti bancari (ultimi crac Mps; Veneto Banca; Banca Popolare di Vicenza; Banca Marche; Banca Etruria; CariChieti; CariFerrara,ecc.) pari a 108 miliardi di euro negli ultimi 20 anni, ma soprattutto le consuete balle della solita Bankitalia, che aveva spacciato per solido un sistema bancario pieno di buchi, che continua imperterrita nella sua ossessiva narrazione fantasiosa del calo medio di costi ed oneri, che al contrario continuano realmente ad aumentare sia agli sportelli che sui conti on-line”.

 

Sul nostro territorio, però, qualcosa si sta muovendo. Quantomeno nel tentativo di vederci chiaro ricostruendo quali siano i reali aumenti dei conti e su quali basi siano stati decisi, capendo se vi siano margini per eventuali ricorsi dei correntisti. Si tratta dello studio legale di Roberto Cota, a Novara, che con il suo staff sta raccogliendo materiale su questo argomento per capire quali possano essere i margini, se esistono, per eventuali azoni legali.


Infine, va ricordato che se la banca aumenta i costi del conto corrente c’è anche la possibilità di recedere dal contratto e scegliere un’altra banca senza sostenere costi. La legge prevede un "trasloco veloce" che si deve concludere entro 12 giorni dalla firma. Un’alternativa al cambio di banca è, poi, quella di cercare tra le proposte della stessa e di puntare sui conti a pacchetto, vale a dire quei conti che applicano sconti in base al numero di operazioni che vengono effettuate durante il mese. Per esempio, chi accredita lo stipendio, ha diritto a un bonus di qualche euro a fine mese. In questo modo si riesce a contenere le spese e a riportare in basso il costo complessivo.  


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