DIVERGENZE / 73 - La mafia di Orofini





Dopo la sentenza di primo grado del Tribunale di Roma, eravamo propensi a credere che Mafia Capitale non fosse che una mera invenzione giornalistica, attuata da alcuni cronisti in combutta con alcuni pm (i soliti giornalisti, i soliti pm) per regalare un po' di orgasmo ai vari Saviano, Travaglio, Dibba, etc. Nella sua bella Storia critica del calcio italiano, Gianni Brera ricorda che l'espressione "gol in zona Cesarini" aveva fatto la fortuna della pubblicista sportiva (qualcuno la usa ancora adesso) perché era piaciuta "d'emblée", ed era stata adottata acriticamente dai giornalisti che si occupavano di calcio.

La stessa cosa doveva essere accaduta per Mafia Capitale (vuoi mettere la suggestione della Cupola abbinata al Cupolone?) usata al posto di espressioni più appropriate come "malaffare" o "corruzione dilagante", pensavamo noi, dopo la sentenza. Ma ecco che il direttore di Repubblica Mario Calabresi esce con una profonda "articolessa" a spiegarci che sono stati i giudici a non avere capito niente, mentre per anni avevano capito tutto i giornalisti di Repubblica, ora defraudati dall'iniquo pronunciamento del Tribunale.

 Tuttavia, ciò che ci ha fatto definitivamente ricredere è stata l'uscita di una delle più lucide intelligenze della politica italiana: Matteo Orfini. Non contento di aver consegnato Roma alla Raggi (il sindaco che odia le Olimpiadi, ma che ama i vegani), il presidente del Pd, contestando a sua volta la decisione dei giudici, ha conclamato chiaro, e senza equivoci : "A Roma la mafia c'è. Ed è forte e radicata". 


Ah beh, sì beh...Ah beh, sì beh... Dai, dai...


Enrico De Maria


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