Personalizzare la protesta sul futuro del Sant’Andrea è un errore

 

 

La delicatissima questione del futuro dell’ospedale di Vercelli ha vissuto un nuovo capitolo generato da quello che potrebbe essere definito il “caso Santagostino”.  Divenuto appunto “caso” per l’enfasi data dal sindaco, da alcuni politici e dai media, alla decisione del medico dell’Oncoematologia del San’Andrea di andare a provare una nuova esperienza lavorativa in Francia. Enfasi che ha, di fatto, spostato l’obbiettivo da quello che dovrebbe essere il vero problema, cioè il ridimensionamento dell’Oncoematologia e più in generale dell’ospedale vercellese generato dalla riforma in atto del sistema sanitario piemontese. Una personalizzazione anche pericolosa, perché in un qualche modo offre il fianco al gioco della Regione che da tempo, per quel che riguarda Chiamparino e Saitta, ha mosso battaglia a quelli che sono definiti “localismi”, e cioè la difesa dei singoli, medici o primari, a scapito degli interessi generali.

Ebbene Vercelli, in questo caso, pare invece proprio fare questo.

 


Il problema vero non è la perdita di Santagostino, ma il futuro di Oncoematologia, una specialità che fornisce un servizio importantissimo alla comunità. Struttura nella quale sono curate patologie assai delicate e invasive, dove oltre a Santagostino lavoravano altri valenti professionisti come il dottor Ardizzone e la dottoressa Tolomeo. Medici che sono sempre lì in ospedale, all’opera, ma che oggi non hanno una struttura, si trovano invece all’interno di Medicina Generale, dove ad esempio devono sopperire alle guardie e contemporaneamente mantenere attiva l’Oncoematologia sia a Vercelli che a Borgosesia. Il problema è dunque la preservazione della struttura, del servizio, delle professionalità che vi operano. Altrimenti il rischio è dare ragione a Torino e a chi da Torino ripete che in provincia si difendono solo l’uno o l’altro, in quanto singoli. 

 


Di Santagostino, in un qualche modo, insomma, Vercelli e i vercellesi potranno fare a meno, pur se a suo sostegno sono nati dei comitati a far da contrasto ad una parabola bicciolana tutt’altro che sottotraccia, costellata anche da inchieste giudiziarie che sono state casi di cronaca eclatanti, come quella che vedrà lo stesso medico sul banco degli imputati con l’accusa di aver calunniato, in una lettera anonima inviata alla Procura, l'ex direttore generale dell'Asl di Vercelli Federico Gallo – fatto ancora tutto da sviscerare, pur se sarebbe stato confermato dallo stesso Santagostino in sede d’interrogatorio, con uno scarico di responsabilità sulla redazione della lettera verso altre due persone coinvolte -, o come l’inchiesta sui dei soldi percepiti irregolarmente, secondo la Procura, “dopo l’effettuazione delle visite, anche se liberamente erogategli, a titolo di cortesia e di regalo di modico valore, da alcuni pazienti visitati”, storia che si sarebbe conclusa con patteggiamento.

 


Il punto è chiaramente un altro: i vercellesi possono rinunciare a un medico, ma potranno mai fare a meno di Oncoematologia? E di Emodinamica, tanto per dirne una? O di una qualsiasi altra specialità per la quale il riordino del sistema traccerà altre strade di accorpamento in ospedali lontani, definiti Hub, tipo Novara?

 


Ecco perché non è fare un servizio ai cittadini “personalizzare” questo caso. Ecco perché l’intervento del Sindaco, assieme a parte della politica e anche di parte dell’opposizione in Comune, centrato sul medico, è parso mal calibrato e anche in ritardo. Infatti, del problema Oncoematologia non si parla di certo da ieri (ed esempio di tale ridimensionamento assieme a quello del Cas noi scrivemmo il 29 giugno scorso e subito fummo pesantemente criticati dalla stessa Asl Vc - leggi qua http://www.tgvercelli.it/page.php?id=10156). Stona un po’, ora che i giochi sono per certi versi fatti, invocare incontri domandando chiarezza e certezze per il futuro dell’ospedale.

I tempi sono sempre più stretti e la necessità è che a Vercelli i servizi in sanità possano rimanere funzionanti, tutti. Lo abbiamo già detto e scritto. I vercellesi meritano una sanità d’eccellenza e servizi, non una triste parabola discendente.

 


La partita dunque, anche se ormai ai supplementari, va giocata sulla sanità e sulla riforma. Su quel “localismo” che il Presidente Chiamparino e l’assessore Saitta vivono come sabbia negli occhi e continuano a demonizzare, interpretandolo come “difesa dei primariati” in senso spregiativo, di sudditanza. Fatto ribadito ancora, pesantemente, in Consiglio regionale non più che qualche giorno fa, durante le comunicazioni sulla migrazione sarda dell’ex direttore della Sanità piemontese Moirano. Un “localismo” che, invece, per le persone che vivono in provincia, ossia nell’area “locale” di un territorio, deve essere un valore e può fare la differenza perché rappresenta la chiara trasposizione di necessità di un territorio non standardizzata in un quadro generale.

 


Il punto non è la difesa dei primari e dei primariati. Primari che, tra l’altro, gioverebbe ricordare, sono medici, nella maggior parte dei casi di grande capacità e valenza, che ogni giorno si battono dalla mattina alla sera per salvare vite e curare persone, non solo “mascalzoni”, alfieri di una lobby o apice di un sistema che genera spese definite “inutili”, come dalle parti di corso Regina certe volte sembra si voglia far intendere.


Il concetto è, invece, il diritto che i vercellesi hanno di difendere il proprio ospedale, le sue eccellenze, le sue specialità. Quel luogo dove ognuno di noi ha visto curare qualcuno, un amico, un figlio, un parente. Quel luogo su cui anche nel futuro in molti vorrebbero poter contare. Ma che nell’attuale riforma pare, tristemente e sempre di più, avviato verso una depauperazione molto preoccupante.

 

 

l.a.

 

 

 


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