Libertà di dissentire sulle riforme, anche in sanità

L’assessore regionale dalla Sanità Antonio Saitta, in una lettera aperta inviata al collega Gigi Nodaro, Direttore de La Sesia, che nei giorni scorsi aveva “osato” sollevare dubbi sulla riforma sanitaria e su quel che cambierà per il nostro ospedale Sant’Andrea, si spende anche pesantemente nel definire irresponsabili tali considerazioni “perché alimentano ingiustificato allarme nei cittadini”.

Prima ancora di discutere di sanità, ovviamente un argomento assai delicato, e della riforma messa in atto con la famigerata delibera regionale 1-600, vorrei dire quanto ritengo sia preoccupante che qualcuno, sentendosi in difficoltà o, anche peggio, solo nel tentativo di zittire chi la pensa in modo diverso dal proprio, tenti limitare la libertà altrui di esprimere la propria opinione. Opinione, in questo caso, del collega giornalista, suffragata dai dubbi che i cittadini vercellesi hanno esternato sul futuro del proprio ospedale, sulle liste d’attesa e sulle necessità di cura di un territorio. Per questo, da sempre e anche pagandone a volte lo scotto, mi sono battuto e mi batterò affinché la libertà di esprimere il proprio pensiero, rispettando ovviamente il decoro dei propri ragionamenti, sia il primo cardine dei rapporti tra le persone.

Per questo non approvo chi cerca di zittire l'altro accusandolo di essere un fomentatore sociale solo perché esprime, in modo dignitoso e chiaro, il proprio pensiero. Per questo mi preoccupa molto chi, celando il proprio tentativo dietro al ragionamento che ci sarebbe un solo modo di comunicare certe notizie perché il popolo capisca e non si allarmi, tenti di “indottrinare” il prossimo sulla bontà di cambiamenti che lui stesso mette in atto e che, invece, a buon diritto, qualcuno cerca di comprendere e anche di criticare se ritiene.

Non è mai un buon segno che qualcuno, ancorché in una posizione di comando, stabilisca che cosa si possa e che cosa non si possa dire.

 

Detto ciò, la riforma sanitaria che si sta attuando in Piemonte è sicuramente complessa, dettata da una situazione economica contingente difficilissima (ed è assurdo negare che molte scelte siano compiute sotto la stringente necessità di limitare i costi), ispirata a principi di raccordo con le linee guida europee e internazionali in tema sanitario per l’efficienza della cura, nonché ragionata e positiva per il Piemonte. Funzionerà perfettamente quando andrà a regime e tutti ne avranno dei benefici. Probabilmente sarà così e onestamente non dubito che l’assessore compia scelte nella più totale buona fede e per quello che ritiene sia il bene comune. Ma non esiste che tali scelte non possano essere discusse e anche, se il caso, criticate. Gli ospedali miglioreranno? Bene. Le persone si troveranno a meraviglia nei nuovi percorsi di cura per cui l’ospedale non sarà più il punto di riferimento per il malato, ma sarà la malattia stessa a determinare l’ospedale in cui andarsi a curare spostandosi dove vi siano i centri di riferimento per una determinata patologia? Meglio ancora. Ma ciò può e deve essere raccontato e spiegato e, se il caso, messo in discussione.

E nulla può impedire a chi si batte anche perché le persone meglio capiscano che cosa stia accadendo di porre delle domande. E allora un paio di domande vorrei farle, ancora.

Leggiamo, sempre nell’intervento dell’assessore Saitta, e poi ribadito anche dal commento dell'Asl sul tema, che le due strutture di Oncoematologia e Cas dell’ospedale di Vercelli, non sono state assolutamente chiuse: hanno semplicemente cambiato etichetta. La prima confluendo in medicina generale e la seconda diventando il portale o “centro di riferimento” per la cura del cancro. Una sorta di “reception” per la rete oncologica a cui il cittadino potrà fare riferimento per sapere dove e come essere seguito se si ha un tumore al colon, piuttosto che al pancreas, all’utero o ai polmoni. E, a seconda del caso, il Cas stesso (Centro Accoglienza e Servizi) invierà o consiglierà di rivolgersi a un luogo piuttosto che all’altro tra quelli individuati come centri di riferimento per una data patologia. Tutto chiaro, no? E così, probabilmente, i vercellesi verranno invitati a recarsi, nella maggior parte dei casi, nei luoghi indicati dalla rete oncologica, che per molte patologie significa a Novara o anche altrove. Pur rammentando il diritto inalienabile di ogni malato di scegliere il luogo in cui farsi curare.

E quale sarà il presumibile risultato, almeno per i vercellesi, di questo cambiamento? Che molti potrebbero anche scegliere di andare a farsi curare non dove consigliato ma nella vicina Lombardia, visto che si deve comunque lasciare Vercelli. Mettendo così il Piemonte nella scomoda posizione di dover poi corrispondere, diciamo a inizio dell’anno successivo, milioni e milioni di euro alla Regione lombarda per la mobilità passiva dei pazienti. Si è dunque previsto, nel piano sanitario, che vi sia una possibile emorragia economica dovuta ai soldi da corrispondere per la mobilità passiva dei pazienti generata dal fenomeno “se tanto devo lasciare la città vado dove preferisco” e che dunque decideranno di farsi curare altrove?

E poi, per quel che riguarda Oncoematologia, che a quanto pare non cambia a Vercelli se non nell’etichetta, nel nome insomma, e sarà potenziata, è possibile sapere quali saranno esattamente le patologie ematologiche che verranno curate la Sant’Andrea?

La speranza è che queste domande non vengano interpretate in un nuovo stimolo all’allarme sociale, che l’assessore Saitta tanto teme si nasconda dietro al lavoro di alcuni giornalisti vercellesi, ma vengano interpretate per quello che sono: semplici richieste di ulteriori spiegazioni.

 

Luca Avenati

 


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